Trattamento dell’eiaculazione preoce

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L’eiaculazione precoce colpisce circa l’1-3% della popolazione, e si identifica con un’eiaculazione prima o subito dopo la penetrazione vaginale, o comunque prima che l’individuo lo desideri. Vengono tenuti in considerazione quattro fattori: il tempo, la frequenza, il vissuto soggettivo e la presenza di cause extrasessuali. Durare meno di 60 secondi è sintomo patognomico di eiaculazione precoce e la condizione deve durare almeno 6 mesi e verificarsi nel 75% delle attività sessuali. La maggior parte degli studiosi sono d’accordo nel ritenere che la causa psicologica principale sia l’incapacità di percepire il proprio livello di attivazione sessuale, non riuscendo quindi a controllare in maniera adeguata l’eiaculazione.

La terapia cognitivo-comportamentale è quella che ha avuto maggiori riscontri di efficacia. Tale percorso di cura unisce compiti mansionali, prettamente comportamentali, al cambiamento di credenze erronee riguardo il sesso e la sessualità.

Dopo un’adeguata psicoeducazione che include delle spiegazioni riguardo anche l’anatomia del proprio organo si passa alle quattro fasi di terapia mansionale promosse dai più grandi studiosi del settore contemporanei fra i quali i nostri Davide Dettore e Fabio Veglia.

Fase I: si istruisce l’uomo a masturbarsi da solo nel modo a lui abituale; quando percepisce le sensazioni che precedono il punto di non ritorno (cioè l’inizio della risposta inarrestabile di eiaculazione), che possono essere costituite da sensazioni particolari del glande o alla base del pene, egli deve fermarsi e operare la manovra della compressione finchè la sensazione di attivazione non si allenti. A questo punto attende 1 minuto preciso e poi riprende a stimolarsi; quando compaiono ancora le sensazioni, ripete la manovra di compressione e attende ancora 1 minuto esatto. Tale procedura viene ripetuta in totale 4 volte, dopodichè l’uomo può aggiungere l’orgasmo. La fase I dovrebbe essere ripetuta almeno 3 volte alla settimana, per 2 settimane. In questo periodo si dovrebbe assistere a un graduale allungamento del tempo fra uno stop e l’altro.

Fase II: in questa fase la meta è di riuscire a mantenere un elevato livello di attivazione (sempre in masturbazione da solo) senza però raggiungere l’orgasmo. Quando l’uomo raggiunge un’attivazione abbastanza elevata deve rallentare i movimenti della mano in modo da cercare di mantenere stabile a quel livello l’eccitazione sessuale. La meta è riuscire a mantenerla elevata senza eiaculare per circa 15 minuti, dopodichè l’uomo potrà lasciarsi avere un orgasmo. Contemporaneamente è possibile introdurre l’uomo al controllo del muscolo pubococcigeo (o di Kegel); in alcuni uomini la contrazione di questo muscolo inibisce l’orgasmo, in altri lo facilita. L’uomo può sperimentare quali siano gli effetti su di sé della contrazione di tale muscolo.

Fase III: tutto rimane come nella fase precedente, si aggiunge soltanto una gelatina lubrificante (idrosolubile – non la vaselina) al fine di abituare l’uomo a sensazioni sempre più simili a quelle proprie della vagina.

Fase IV: a questo punto, può essere coinvolta attivamente la partner, che in un primo momento introduce il pene dell’uomo in vagina stando in posizione soprastante e lasciando che l’uomo si abitui alle sensazioni prodotte dal proprio membro in vagina, senza però fare alcun movimento. Una volta che egli si è assuefatto a tali sensazioni, la donna inizia a muoversi lentamente e l’uomo cerca di rimanere al livello di eccitazione a cui si è abituato nelle fasi precedenti. Può dare indicazioni alla donna di muoversi più lentamente, o anche di fermarsi, nel caso in cui l’attivazione sessuale cresca troppo. In alcuni casi può pure ricorrere alla manovra della compressione per far diminuire un’eccitazione sessuale che rischia di indurre un orgasmo. Anche in questo caso, dopo 4 volte in cui è stata ripetuta la procedura start/stop, oppure dopo almeno un quarto d’ora di elevata eccitazione sessuale dell’uomo, questi può raggiungere l’orgasmo e farlo avere, se lo desidera, anche alla partner tramite procedure non penetrative inizialmente.

Questi esercizi dovrebbero favorire la comunicazione fra i partner e lo scambio di aspettative e desideri, cosicchè entrambi si possano conoscere meglio, anche rispetto a proprie preferenze per talune pratiche sessuali.

Riferimenti bibliografici:

  • Dettore, D. (2018), Trattato di psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale, Giunti.
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Trattamento del Vaginismo

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Il termine vaginismo fu coniato nel 1861 da Sims, colpisce il 0,4-6% della popolazione femminile e viene definito come la difficoltà persistente nel consentire la penetrazione vaginale del pene, delle dita o di altri oggetti, malgrado il desiderio espresso dalla donna di farlo; questo è associato a maggiore o minore contrazione involontaria dei muscoli pelvici e/o evitamento fobico e aspettative, timori o esperienze di dolore. Tale dolore, spesso, deriva dai tentativi del pene di forzare l’orifizio vaginale serrato e non ha in genere alcuna base organica.

Il vaginismo deve essere distinto dalla dispareunia: mentre nel primo non è possibile la penetrazione, nel secondo la penetrazione avviene ma con dolore.

La terapia cognitivo-comportamentale si è dimostrata la più efficace in questo ambito e unisce prescrizioni prettamente comportamentali a ristrutturazione di credenze erronee circa il sesso e la sessualità.

Tali credenze comprendono pensieri catastrofici sulla penetrazione vaginale e/o l’interpretazione errata di esperienze negative con la penetrazione, le quali, favoriscono l’insorgere di timori relativi alla penetrazione stessa. La donna, quindi, mette in atto evitamenti circa le attività associate alla penetrazione oppure diviene ipervigilante agli stimoli associati alle sue preoccupazioni come il dolore e l’incompatibilità genitale, focalizzando l’attenzione in modo eccessivo sulle sensazioni fisiche e provando una’ansia elevata, facilitando in tal modo il provare dolore durante i tentativi di penetrazione. Tali paure inducono un aumento del tono dei muscoli pelvici, che, insieme alla riduzione dell’eccitazione e della lubrificazione, aumenta il dolore. Questa impossibilità della penetrazione incrementa le preoccupazioni e i timori e dunque il circolo vizioso si chiude e si mantiene.

In aggiunta alla psicoeducazione e alla ristrutturazione delle credenze disfunzionali si opera una procedura mansionale che riportiamo qui di seguito. Tale procedura viene associata agli esercizi di Kegel per il muscolo pubococcigeo: si insegna alla donna a contrarre e rilassare il muscolo tra la vagina e l’ano in modo da ottenerne il controllo volontario, utile nel rapporto sessuale. In seguito si applica un’esposizione graduata:

  • Autoesplorazione con l’uso di uno specchio;
  • Introduzione del dito mignolo della donna in vagina con l’aiuto di gelatine lubrificanti;
  • Introduzione del dito anulare;
  • Introduzione del dito medio;
  • Introduzione del dito medio e indice insieme con la mano ferma;
  • Medio e indice si muovono piano piano;
  • Si ripete la sequenza utilizzando le dita del partner ma la donna mantiene il controllo della sua mano;
  • Si ripete la sequenza utilizzando le dita del partner lasciandogli il controllo;
  • Si pratica la penetrazione con il controllo della donna;
  • Si pratica la penetrazione spontaneamente.

Tale esposizione graduata in vivo è solo un esempio e la procedura deve basarsi sul livello operante della paziente. Si possono utilizzare oggetti di vario diametro e si può partire da un diametro minore del dito mignolo qualora la donna porti questa difficoltà.

 

Riferimenti bibliografici:

Dettore, D. (2018), Trattato di psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale, Giunti.

Psicologia della sessualità: identità e ruolo di genere e orientamento sessuale. Quali sono le differenze?

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Soprattutto in questo momento storico in cui la società muta i suoi assunti di base occorre fare chiarezza su concetti pregnanti l’essere umano e la sua psicologia. Vi è molta confusione riguardo la terminologia utilizzata dai vari mezzi di comunicazione e sempre di più i nostri pazienti si trovano spaesati e sofferenti. Partiamo dal concetto di disforia di genere per arrivare alla differenza tra identità di genere, ruolo di genere e orientamento sessuale.

La disforia di genere fa riferimento al profondo disagio derivante dalla discrepanza tra il genere esperito/percepito da una persona e quello assegnatogli alla nascita, associato a compromissione del funzionamento in aree di vita significative. Il disagio che si accompagna a tale condizione è legato all’incongruenza tra due precise dimensioni dell’identità sessuale: l’identità di genere e il sesso biologico. L’identità di genere è concettualizzata come il senso di sé come maschio o femmina; il sesso biologico, invece, è definito dalle caratteristiche sessuali a livello cromosomico, gonadico e genitale.

Per comprendere la disforia di genere, i principali studiosi contemporanei hanno sviluppato un modello triparto composto, appunto, dalle tre componenti della psicologia della sessualità:

  • identità di genere;
  • ruolo di genere;
  • orientamento sessuale.

L’identità di genere è stata definita come il senso di sé, l’unità e la persistenza della propria individualità maschile o femminile o ambivalente, particolarmente come esperienza di percezione sessuata di se stessi e del proprio comportamento. Nella maggioranza dei casi l’identità di genere è congruente con il sesso biologico. In alcuni casi, tuttavia, questa può presentarsi in modo variante fino ad assumere una vera e propria disforia di genere in infanzia che può persistere o meno nel tempo.

Il ruolo di genere fa riferimento a tutto ciò che una persona fa, comprese l’eccitazione e la risposta sessuale, per esprimere agli altri l’appartenenza a un determinato genere. Tale ruolo è frutto in gran parte dell’apprendimento di consuetudini sociali, cui l’individuo può conformarsi o meno, per manifestare agli altri il grado di aderenza alle aspettative e alle regole socioculturali su come un genere dovrebbe essere “interpretato”. In tal senso, il ruolo di genere, rappresenta una rielaborazione personale di condizionamenti esterni che deriva dal particolare modo in cui si è venuta a costruire l’identità di genere.

Infine, l’orientamento sessuale fa riferimento alla tendenza della persona a rispondere con eccitazione a certi stimoli sessuali. Questa componente comprende anche l’attrazione e le fantasie sessuali, le preferenze sociali ed emotivo-sentimentali, l’autoidentificazione e lo stile di vita. Genericamente, le persone tendono a definire il proprio orientamento sessuale in eterosessuale, omosessuale o bisessuale, sulla base del genere verso cui è diretta l’attrazione o l’attivazione sessuale e affettiva.

Ci preme sottolineare questo argomento perchè vediamo sempre più persone che etichettano se stessi e gli altri in modo riduzionistico non tenendo conto di determinati fattori della psicologia della sessualità, di conseguenza non riuscendo a comprendere, accettare ed accogliere persone anche molto vicine a loro.

 

Riferimenti bibiografici:

Dettore, D. (2018), Trattato di psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale, Giunti.

Il ruolo della colpa nei disturbi ossessivi

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Le ricerche empiriche suggeriscono che i pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) presentano una maggiore propensione alla colpa se paragonati a soggetti tratti dalla popolazione generale: parliamo di un senso ipertrofico di responsabilità.

Ma quale colpa preoccupa i pazienti ossessivi? La preoccupazione di questi pazienti rispetto a un evento pericoloso è drasticamente ridotta se la responsabilità dell’evento non è attribuita a stessi ma a qualcun altro. Ciò suggerisce che la preoccupazione dei pazienti ossessivi non sia rivola a eventuali vittime dell’evento pericoloso, ma alla possibilità di esserne responsabili. I pazienti ossessivi sono spesso preoccupati di commettere peccati religiosi o contro la morale sessuale, anche se nessuno ne è danneggiato.

Dunque, sembra che a essere coinvolta sia una colpa per la quale la presenza di una vittima non è necessaria. Questo senso di colpa non corrisponde al prototipo della colpa, come definito dalla psicologia morale, che presuppone aver causato un danno (per azione od omissione) e aver violato una norma morale. Tuttavia è possibile provare un senso di colpa per la violazione di un principio altruistico senza la trasgressione di una norma morale e viceversa.

Distinguiamo ora due tipologie di senso di colpa:

  • altruistico. Per provare questo senso di colpa è necessaria l’assunzione di aver compromesso con un’azione/omissione un proprio scopo altruistico (cioè il bene dell’altro o il desiderio di stare vicino all’altro). Questo senso di colpa consiste in un senso di pena e angustia per la vittima (“povero amico, quanto soffre”, “cosa posso fare per lui?”).
  • deontologico, che deriva dall’assunzione di aver violato una propria regola morale, e comporta la sensazione di essere indegni (“come ho potuto farlo?”); implica la ricerca o l’aspettativa della punizione.

Secondo gli esperimenti neuropsicologici, se paragonati ai soggetti sani, i pazienti ossessivi mostrano una riduzione dell’attivazione nella corteccia cingolata anteriore, nell’insula e nel precuneo, quando processano stimoli legati alla colpa deontologica. Nessuna differenza è presente, invece, se sono processati stimoli legati alla colpa altruistica, o ad altre emozioni come rabbia e tristezza.

La possibilità di avere una colpa, in particolare deontologica, appare ai pazienti ossessivi non come un evento molto spiacevole e doloroso, come è per i più, ma come una catastrofe, vale a dire come qualcosa di imperdonabile, insopportabile, attraverso il quale non si può passare.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Mancini F., (a cura di), (2016), La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo, Raffaello Cortina, Milano.

Dare un nome al proprio disagio psicologico: una classificazione per i non addetti ai lavori

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Nella società contemporanea vi è un alto tasso di sofferenza psicologica infatti l’ultima versione del DSM (la classificazione psichiatrica più utilizzata nel mondo) ha distinto centinaia di disturbi mentali.

Ansia e depressione sono le sindromi più comuni, ma quando queste correlano o insorgono l’una dopo l’altra od insieme ad altri sintomi (come per le dipendenze o i disturbi alimentari o sessuali) la battaglia si fa dura. Il DSM, ma anche l’ICD (formulato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) distinguono delle macro categorie di disturbi mentali; qui di seguito non mostreremo le condizioni che presentano prevalentemente un substrato neurologico od organico e i disturbi dell’infanzia della fanciullezza e dell’adolescenza, e sono:

  • Disturbi d’Ansia
  • Disturbi Depressivi
  • Disturbo Ossessivo-Compulsivo (o dello spettro ossessivo)
  • Disturbi Bipolari
  • Disturbi di Personalità
  • Disturbi del sonno
  • Disturbi sessuali
  • Disturbi alimentari
  • Dipendenze
  • Disturbi dissociativi e trauma correlati
  • Disturbi psicotici (o dello spettro schizofrenico)

Di tutti questi disturbi ansia e depressione (i cosiddetti disturbi emotivi) sono quelli più frequenti e quasi sempre co-presenti con gli altri disturbi. Spesso gli psichiatri, privati e non, utilizzano una nomenclatura vecchia e oltremodo fuori tempo per descrivere questi disturbi; si sente spesso dire sindrome ansiosa-depressiva, sindrome maniaco-depressiva, nevrosi depressiva ecc. Tutte queste classificazioni oggi non esistono più e i disturbi che si manifestano nei pazienti si sono evoluti insieme alla società.

Faremo qui di seguito una classificazione dell’ansia e della depressione poichè sono i disturbi più diffusi nella popolazione generale.

Disturbi d’ansia: Attacchi di panico, Agorafobia, Ansia generalizzata (rimuginio costante e tensione psico-fisica per tutto il giorno per almeno 6 mesi), Fobie (di animali-oggetti-situazioni-sociale).

Disturbi depressivi: Episodio depressivo (umore down per circa una settimana), Depressione maggiore (umore in down per almeno 6 mesi), Distimia (lieve depressione per almeno 2 anni).

La psicoterapia cognitivo-comportamentale risulta efficace in tutti i disturbi sopra riportati e si colloca nella moderna medicina evidence-based. Consigliamo a tutte quelle persone che soffrono di questi disturbi di non applicare solamente la terapia farmacologica poichè il tasso di ricaduta è molto alto senza l’intervento della psicoterapia e quindi senza una presa di coscienza attiva dell’individuo e senza il suo intervento volto a cambiare il suo stile di vita o le sue abitudini mentali.

Tecniche comportamentali per dormire serenamente

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Spesso i disturbi psicologici si manifestano, o (questi causano) disturbi del sonno. Quando parliamo di disturbi del sonno parliamo essenzialmente di insonnia, la quale è il disturbo maggiormente frequente tra le persone che soffrono di ansia e depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, fobie, disturbi alimentari e da uso di sostanze, ma anche altre condizioni organiche.

Il disturbo del sonno che comprende l’insonnia può verificarsi in fase di addormentamento, con la difficoltà a prendere sonno, con numerosi risvegli durante la notte ed infine con disturbi nella fase di risveglio (ci si sveglia molto prima).

La medicina evidence-based si è focalizzata su questa tipologia di pazienti elaborando delle tecniche comportamentali efficaci per la riduzione di questi disturbi, i quali causano non pochi problemi ai soggetti nello stato di veglia, soprattutto a coloro che devono avere una alta soglia attentiva durante il giorno.

In questa sede provvediamo a mostrare una panoramica di queste tecniche, mentre nello specifico ci occuperemo in altri articoli. Le tecniche più efficaci in medicina comportamentale sono:

  • Restrizione del sonno (si riducono sensibilmente le ore di sonno per creare la spinta omeostatica al sonno)
  • Controllo dello stimolo (identificare la stanza da letto come spazio per dormire e fare sesso; tutte le altre attività devono essere svolte in altri luoghi)
  • Igiene del sonno (insieme di regole generali che favoriscono il sonno)
  • Rilassamento (permette di addormentarsi più facilmente)
  • Compressione del sonno (si riduce il tempo nel quale l’individuo non dorme ma è a letto)
  • Intenzione paradossale (si cerca di non dormire).

Solitamente il terapeuta sceglie una combinazione di queste tecniche a seconda del caso, ma ci teniamo a precisare che le tecniche di igiene del sonno e di rilassamento non bastano nei casi medio-gravi, mentre sono efficaci per i casi più semplici.

L’obiettivo è ristabilire un buon ciclo sonno-veglia e far dormire il paziente circa 7 ore e 30 minuti (cioè fare 5 cicli completi del sonno), senza risvegli notturni e mettendosi a letto solo quando effettivamente deve dormire e non per fare altre attività tranne per il sesso.

Segnaliamo inoltre che tali tecniche vengono complementate da un diario del sonno che il paziente tiene fin dall’inizio del trattamento del disturbo del sonno. Nei casi più gravi è necessario integrare queste tecniche comportamentali a tecniche cognitive come la ristrutturazione cognitiva per scardinare pensieri automatici e credenze negative relative al sonno e all’addormentamento.

Di solito, ma non sempre, i disturbi del sonno sono l’espressione di altri disturbi, per cui tale trattamento rientra in un protocollo più ampio per esempio per l’ansia o la depressione.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Perlis M. et al., (2011), Trattamenti comportamentali per i disturbi del sonno. Tr. it. (2015), Giovanni Fioriti Editore, Roma.

Il metodo dei quattro gradini per il disturbo ossessivo-compulsivo

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Il disturbo ossessivo-compulsivo affligge una buona parte della popolazione clinica e quella generale. Fortunatamente esistono diversi livelli di questo disturbo, da semplici pensieri ricorrenti fino ad arrivare a menomazioni gravi che coinvolgono l’intero ambiente familiare.

Prima di entrare nel merito del metodo dei quattro gradini vorrei illustrare la composizione del disturbo:

  • le ossessioni, sono pensieri, immagini intrusivi che irrompono nella mente del soggetto in maniera involontaria e sono salienti per il soggetto.
  • le compulsioni, sono azioni/rituali volte a placare l’ansia causata dalle ossessioni.

Il disturbo ossessivo compulsivo si concentra come sapete sul controllo, sulla pulizia/ contaminazione e sul dubbio. Per i soggetti, razionalmente, le ossessioni non hanno senso, ma non riescono a liberarsene a livello emotivo, per cui cedono e compiono atti volti ad abbassare l’estremo stato di disagio.

Il disturbo ossessivo compulsivo può comportare anche rituali mentali come contare o ripetere una formula verbale più volte. Secondo Schwartz (1996) tale disturbo è prima di tutto riconducibile ad uno scompenso biochimico, ma se il paziente non impara consapevolmente a fermare questi pensieri la sola terapia farmacologica non funziona.

Il Metodo dei 4 gradini è una tecnica molto utile per questo disturbo:

  1. Ridefinire
  2. Riattribuire
  3. Rimettere a fuoco
  4. Riconsiderare

Ridefinire. Risponde alla domanda “che cosa sono questi pensieri che mi assillano e mi angosciano?”. La cosa importante da tenere a mente è che dovete ridefinire quei pensieri, impulsi e comportamenti indesiderati, dovete chiamarli con il loro vero nome: sono ossessioni e compulsioni. Dovete fare uno sforzo cosciente per tenervi fermamente ancorati alla realtà. Dovete lottare in tutti i modi per impedirvi di essere indotti a ritenere che la sensazione di bisogno di controllare o lavarvi, per esempio, nasca da una necessità reale. Non è così. I vostri pensieri e impulsi sono sintomi del disturbo ossessivo-compulsivo, che è una patologia.

Riattribuire. Risponde alle domande: “perchè questi sconvolgenti pensieri, impulsi e comportamenti non spariscono? Perchè continuano ad assillarmi? A che cosa devo attribuirli?”. La risposta è che essi persistono in quanto sono sintomi di un disturbo ossessivo-compulsivo, patologia che, come è stato scientificamente dimostrato, dipende da uno squilibrio biochimico cerebrale che manda in tilt la mente. Esiste oggi la prova scientifica che nelle persone affette da questo disturbo una parte del cervello non lavora come dovrebbe. Perciò il cervello “si inceppa”. Ne consegue che per la persona è difficile cambiare comportamento. L’obiettivo da raggiungere in questo gradino della riattribuzione consiste nel comprendere che gli assillanti pensieri e impulsi sono dovuti al cervello malfunzionante.

Rimettere a fuoco. Questo gradino vi dice che cosa dovete fare per reprimere l’impulso ad assumere un comportamento coatto. Vi insegna ad aggirare quei pensieri assillanti e fastidiosi appuntando la vostra attenzione e mettendo bene a fuoco qualche attività utile, costruttiva e piacevole. Il concetto basilare è adottare un altro comportamento. Quanto più fate pratica, tanto più facile diventa. E questo perchè il vostro cervello sta cominciando a funzionare in modo più efficiente.

Riconsiderare. E’ il naturale risultato di un’attenta e scrupolosa applicazione dei primi tre: ridefinire, riattribuire e rimettere a fuoco. Con una pratica costante, riuscirete in breve tempo a capire che i pensieri ossessivi e i comportamenti compulsivi sono distrazioni prive di senso che devono essere ignorate. Quando raggiungerete questa consapevolezza, sarete in grado di riconsiderare diversamente o, meglio, di svalutare gli impulsi patologici e di tenerli a freno finchè non cominciano ad affievolirsi. Via via che il vostro cervello comincia a funzionare meglio, diventerà sempre più facile vedere ossessioni e compulsioni per ciò che realmente sono. Le funzioni cerebrali avverranno in modo più normale, automatico, e, di conseguenza, l’intensità dei vostri sintomi si attenuerà.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Schwartz, J.M. (1996), Il cervello bloccato, Longanesi, Milano. tr. it. (1997).